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Parole Simmetriche nella Torà

 

 

Ci sono alcune parole in ogni lingua che presentano una curiosa caratteristica: leggendole da destra a sinistra e da sinistra a destra sono identiche. Si chiamano anche “parole palindrome”, una proprietà associata alla simmetria.  Lungi dall’essere solo curiosità da Settimana enigmistica, vedremo che quelle in ebraico e in aramaico si prestano a venire interpretate in modi di alto valore simbolico.

Le più numerose parole di questo tipo in ebraico possiedono tutte tre lettere. Riportiamo le più note:

abba = papà   אבא

ima = mamma  אמא

natan = dà   נתן

sus = cavallo  סוס

e poi ancora:

maim = acqua  מים

shemesh = sole  שמש

David = Davide  דוד

Ishai = Ishai, il padre di Davide  ישי

Hayà = era  היה

Yehi = sia יהי

Hovè = presente  הוה

Tachat = sotto  תחת

Shoresh = radice  שרש

Yechi = Viva  יחי

 

Sono gli esempi principali. Ognuno di essi meriterebbe un commento cabalistico. La simmetria-palindromica può indicare una reciprocità tra i due poli che il termine connette. Ad esempio, shoresh, radice, potrebbe essere un geroglifico dell’albero, con le radici in basso ma i rami e le foglie verso l’alto, che sono le loro radici celesti, atte a ricevere dal cielo.

Spicca tra gli esempi precedenti il nome del re Davide, che oltre ad essere l’unico dei grandi personaggi di Israele ad avere un nome palindromo, lo è anche quello del di lui padre: Yishai. Siamo di fronte ad un caso doppiamente unico. In ebraico ci sono diversi termini indicanti “bellezza”, ed ognuno di loro appartiene ad una Sefirà dell’Albero della Vita. Ebbene, il termineChen (Cheit –Nun), “grazia” o “simmetria”, è tipico della sefirà di Malkhut, da sempre associata al regno e quindi al re per eccellenza: Davide. Non dovrebbe quindi stupire trovare questa profonda simmetria anche a livello delle lettere del suo nome e di quello del padre Ishai (Iesse).

Malkhut è il mondo materiale, e studiamo in Fisica che la simmetria è una delle più straordinarie qualità della creazione, anche se ad un certo punto della sua storia essa si è spezzata e il mondo è al presente altamente asimmetrico. In un certo senso, la riscoperta dei suoi aspetti di simmetria, e quindi di bellezza, quando viene vissuta integralmente e non solo in superficie, favorisce il cammino evolutivo verso l’evento messianico. Lo stesso termine indicante messia in ebraico, vale 358, come Chen Shin, la grazia o la simmetria della Shin,

che già di per se è la più speculare delle lettere ebraiche.
Termini con più di tre lettere sono molto rari, ad esempio, vediamone una di cinque lettere, anche se è una parola composta (ha un prefisso ed è un verbo coniugato):

ונתנו

La parola ve-natnù (e daranno) è scritta Vav - Nun - Tav - Nun - Vav

Di queste proprietà di alcune parole ebraiche si occupò lo stesso Gaon di Vilna, come nell’esempio che abbiamo riportiamo ora. Agli inizi della parashà di ki-tissà(Esodo 30, 12) … c’è scritto:

“ve-natnù ish kofer nafshò…”

Ed ogni uomo darà una riparazione per la propria anima…”

La parola ve-natnù (e daranno) è scritta Vav – Nun – Tav – Nun – Vav.

Inoltre su di essa compare un segno di cantillazione (non visibile nell’immagine precedente) che si chiama kadmà ve-azlà, “sii veloce e vai”. Il Gaon di Vilna lo fa notare, e spiega tutto ciò facendo riferimento ad un passaggio della sezione Shabbat del Talmud Babli (151b):

“Rav Chiya disse alla propria moglie: Quando un povero viene alla tua porta sii veloce nel dargli un pezzo di pane, così che gli altri saranno veloci nel dare pane ai tuoi figli. Lei urlò: Così tu stai maledicendo i nostri figli (implicando che vivranno di elemosina)! Lui rispose: (discutendo l’obbligo che ognuno ha di dare la carità) la Torà dice (Deuteronomio 15, 10): “a causa di questa cosa (biglal) Dio vi benedirà..”. Nella scuola di Rabbi Ishmael venne insegnato che la parola ebraica biglal (a causa) implica che esiste una ruota di fortuna che gira (galgal) in questo mondo”.

Così il Gaon di Vilna insegna che la Torà spiega l’obbligo di dare la carità velocemente con una parola che è palindrome, che è identica quando letta sia dal principio alla fine che dalla fine al principio, “ve-natnù”. E ciò per ricordarci che non è escluso che un giorno si possa perdere i propri soldi e dipendere poi da altri. I grandi saggi coglievano sempre l’opportunità di darci qualche insegnamento pratico ed etico, partendo da considerazioni di per sé esoteriche, come le proprietà palindrome di una parola.

 

Cerchiamo ora di comprendere il messaggio principale di ogni palindrome. La Cabalà afferma che la differenza tra Intelligenza (Binà) e Sapienza (Chokhmà) consiste in ciò: la prima conosce le cose nel loro ordine naturale, cioè dal principio alla fine. La Sapienza, invece, le conosce al contrario, cioè dalla fine al principio. Lo scopo della nostra presente generazione è di rettificare la potenza chiamata Da’at, la Conoscenza, la sefirà che è nel mezzo, tra Sapienza ed Intelligenza, l’unica capace di unificare le due. Ecco di qui la grande importanza delle parole palindrome, in quanto offrono, se lette con l’occhio mistico, altrettanti esempi dell’operatività di Da’at. Cioè, una parola palindroma possiede nascosta in sé una potenza di Da’at superiore alle altre. Meditando e riflettendo sulla sequenza di lettere che la compongono, sviluppiamo ed attiviamo le nostre facoltà di Da’at.

 

Come già trattato in altri articoli presenti nel nostro sito, la più lunga parola palindroma dalla Bibbia ebraica ha sette lettere ed è LEITIEL (Proverbi 30, 1):

Leitiel, Il suo esatto significato è tutt’oggi incerto per quasi tutti degli studiosi della Bibbia.

Nel verso in questione, essa viene addirittura ripetuta due volte consecutivamente, “Leitiel Leitiel”. Non entreremo nel  merito del suo significato in questo articolo. Ricorderemo solo che in essa c’è, tra le altre cose, un’allusione ad una proprietà dell’universo che non è ancora stata dimostrata, anche se già postulata con strumenti sia intuitivi che matematici: la super-simmetria. La super simmetria implica un rapporto simmetrico tra tutte le particelle elementari di materia (fermioni) e le particelle virtuali che trasportano l’energia (bosoni). Se dimostrata, saremmo di fronte ad una ancora più ampia e corretta eguaglianza tra materia ed energia di quanto non affermato dalla teoria ristretta delle Relatività, col suo e = m c2 .

I significati cabalistici di Leitiel  hanno avuto degli accenni in articoli precedenti e saranno di nuovo al centro dell’attenzione di articoli futuri.

 

 

Qui vorremmo, per la prima volta in assoluto, portare l’attenzione su di un’altra parola palindroma, sconosciuta. È un termine aramaico di cinque lettere, di straordinaria bellezza ed eleganza:

ashisha = recipiente, bicchiere

Aleph – Shin – Yud – Shin – Aleph (Ashishà)


di straordinaria bellezza ed eleganza. Compare solo nel Talmud Babli, Baba Batra, foglio144 a, nel senso di un “recipiente cilindrico per liquidi”. Rashi lo traduce “bicchiere”.

Il contesto nel quale compare è un brano che riguarda passaggi di proprietà in caso di matrimoni e simili. Ma a noi interessa l’aspetto simbolico di questo termine. Lo si può leggere come ESH  YUD  SA, il “Fuoco la Yud innalza”. La Yud sta a rappresentare il seme dell’Immagine divina che è in ciascuno di noi. Il fuoco è l’energia delle nostre passioni, che quando vengono guidate ed indirizzate dalla Torà diventano un elemento di propulsione. L’innalzamento è la tanto cercata verticalizzazione della consapevolezza.

Nel passo talmudico citato, Ashishà, “recipiente”, compare in questa espressione:

ashishà de-mashcha – “bicchiere d’olio”.

È fin troppo facile associare il mascha (aramaico per “olio”) con mashicha (l’unto), il Messia.

Ed ecco che la prossima associazione è con un verso di uno dei più famosi salmi di Davide (23, 5):

 

“dishanta ba-shemen roshì kossì revaià

hai unto con olio il mio capo, il mio calice trabocca”

 

Il verso è di chiara ispirazione messianica, l'unzione del capo dell'Eletto, e contiene un riferimento ad uno dei processi più misteriosi della creazione: il come la Luce Interna diventi Luce Avvolgente. Qui il “traboccare” non è affatto un qualcosa di spreco e di inutilizzabile. In pratica, il calice traboccante allude a come il Finito possa rivelare l’Infinito che già possiede.

Senza entrare nelle profondità del soggetto, tanto per incuriosire il lettore, questo processo è parallelo da quanto profetizzato dal verso di Geremia (31, 22):

“ki barà Adonai chadashà ba-aretz: neqevà tesovev gaver”

“poiché una cosa nuova il Signore crea sulla terra: la femmina circonderà il maschio”.

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