
Una Sukkà, la capanna.
LA FESTA DI SUKKOT
L’infuenza che la Rivelazione Divina ricevuta dal popolo ebraico ha avuto sul mondo è indubbia e indiscussa. C’è chi la accetta e la apprezza; c’è chi la oppone e la sminuisce, ma è fuori discussione il come gli elementi fondamentali della Torà siano entrati a far parte della cultura religiosa e laica del mondo intero. Si pensi il concetto del Monoteismo, oppure ai sei giorni lavorativi seguiti dal giorno festivo, ai valori etici che hanno sostituito il permissivismo pagano. Tra le varie religioni del mondo, quella che più è stata influenzata dall’Ebraismo è il Cristianesimo, anche se, paradossalmente, è anche quella che, in passato, più lo ha opposto e combattuto. In questo articolo ci vorremmo soffermare sulle tre festività principali del calendario religioso ebraico: Pessach, Shavuot e Sukkot, e in particolare su Sukkot. Per capirne l’importanza e la particolarità osserveremo come sia proprio questa festa l’unica a mancare al calendario religioso cristiano. Questo articolo non vuole tuttavia essere un saggio di religioni comparate, ne fare della apologetica.
Pur con tutte le diversità di significato e di contenuti, nel calendario cristiano c’è la festa di Pasqua, una transliterazione dell’ebraico “pessach”, che cade ogni anno più o meno nello stesso periodo del Pessach ebraico. Poi c’è la Pentecoste, un nome che deriva dal greco indicante “cinquanta”. Il riferimento alla festa di Shavuot, al termine dei cinquanta giorni del conto dell’Omer, è evidente. Ripetiamo, sia chiaro: con questi accostamenti non vogliamo implicare che le feste si equivalgano, dato che i loro significati e il contesto religioso nel quale vengono celebrate sono diversi.
Ma Sukkot rimane inimitabile, rimane solo ed esclusivamente ebraica. Cerchiamo di capirne il perché. Vediamo di comprenderne il senso ebraico. In realtà, il significato letterale di questa festa può sembrare strano, se confrontato a quello di Pessach e di Shavuot. A Pessach commemoriamo l’uscita dall’Egitto, un popolo intero che viene fatto uscire dalla schiavitù, tramite miracoli che non si erano mai verificati o sentiti prima (le Dieci Piaghe, l’Apertura del Mar Rosso). A Shavuot si verifica un fatto unico, senza precedenti, e che non si è mai più ripetuto nel corso della storia umana. Dio si rivela con chiarezza ad un popolo intero. Si capisca bene la differenza: non è una rivelazione fatta ad un profeta o ad un asceta, che poi diventa il fondatore di una religione, ma ai piedi del Sinai, secondo i midrashim, c’erano più di tre milioni di persone, tra uomini, donne e bambini, che ascoltavano la voce di Dio mentre pronunciava i Dieci Comandamenti. Se in realtà si trattasse pure di un centesimo di quel numero, sarebbero sempre stati in trentamila. Si tratta dunque di eventi eccezionali, di miracoli fuori della portata di ogni immaginazione.
Ma cosa commemoriamo a Sukkot? Le capanne nelle quali Dio ci ha fatto sostare durante il viaggio nel deserto. Con tutto il dovuto rispetto, a prima vista questa spiegazione sembra non tenere affatto il confronto con i ben più vasti miracoli ed eventi delle due feste precedenti. Ad un primo approfondimento, ci viene insegnato che le Sukkot (capanne) erano memoria delle ananei ha kavod, le nubi di gloria che hanno accompagnato Israele lungo tutto il viaggio nel deserto, proteggendoli da ogni pericolo. Tuttavia, ciò non eguaglia ancora i prodigi di Pessach e di Shavuot.
Per comprendere meglio la festa di Sukkot, è necessario fare un’analogia con fenomeno del tempo, che è fatto di passato, presente e futuro. Il passato è Pessach, la nascita, l’inizio del lungo cammino del popolo ebraico come nazione finalmente libera. Shavuot è il presente, il dono della Torà, l’insegnamento Divino che ci accompagna in tutti questi secoli e millenni, e che quotidianamente applichiamo. Sukkot è il futuro. La semplice capanna col tetto di frasche è niente meno il simbolo della promessa del Terzo Tempio, quello eterno, è il simbolo dell’entrata finale e definitiva nella terra d’Israele, è la testimonianza della veridicità della promessa messianica. Così si prega durante la festa di Sukkot: “Il Misericordioso ci ricostruirà la Sukkà di Davide che cade”. La “sukkà di Davide” è il Tempio; “che cade” è un riferimento ai primi due Tempi, che sono stati distrutti. Sukkot, dunque, è la festa messianica per eccellenza, il realizzarsi delle promesse di ritorno degli ebrei nella terra d’Israele, e un successivo processo di pacificazione che in ultima analisi si estenderà al mondo intero. E un altro degli insegnamenti più importanti di Sukkot è che, già da adesso, possiamo assaporare un po’ di quella gioia perfetta, quando siamo seduti dentro la nostra sukkà, sotto “l’ombra della fede”.
Si può ora comprendere come mai questa festività sia presente solo nel calendario ebraico, e non sia stata ripresa da altre religioni. Sukkot è il simbolo del legame eterno che il popolo d’Israele ha con la terra di Israele. A dispetto di un esilio bimillenario, l’esigenza dell’anima ebraica di riconnettersi con la Terra Promessa non solo non è diminuita, ma è aumentata. Sukkot è il simbolo vivente dell’attesa messianica del popolo ebraico. “Anche se Egli ritardasse, aspettalo, poiché sicuramente verrà” (Habbakuk 2, 3). Come ebrei, da una parte siamo anche troppo consapevoli delle imperfezioni del mondo, e dall’altra siamo consapevoli di come queste imperfezioni possano venire eliminate, e di come il mondo intero possa arrivare ad una condizione beatifica. Queste promesse sono presenti in tutti i libri profetici del Tanakh. Di qui ne consegue il significato universale della festa di Sukkot, la festa dell’ospitalità, durante la quale nel Tempio venivano fatte delle offerte e dei sacrifici a favore e a beneficio di tutte le settanta nazioni del mondo. La redenzione messianica infatti è per il mondo intero, e Sukkot ci ricorda del come sia indispensabile continuare ad operare in questa direzione.