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Leitiel Leitiel

E' la parola più simmetrica di tutta la Torà, un palindromo perfetto di sette lettere. La si può leggere in un senso o nell'altro e rimane identica, simbolo dell'avvenuta riconciliazione tra Destra e Sinistra, Chesed e Ghevurà

LA VIA UNIVERSALE ALLA CONOSCENZA RETTIFICATA

Leitiel  Leitiel La via universale verso la saggezza, negli insegnamenti di Shlomo ha-melekh.

(nuova versione dell’articolo, riveduta e corretta)

“il geco si arrampica con le sue mani, ed egli dimora nei palazzi del re” (Proverbi 30,28)

Questo primo articolo è l’introduzione di un futuro libro di Nadav Hadar Crivelli, e di una serie di lezioni previste a Torino, alla libreria Psiche2.

Il Re Salomone è forse il personaggio più complesso e misterioso delle storie bibliche del Tanakh (la Bibba ebraica, chiamata il Vecchio Testamento). Ben tre tra i tutti i testi che la compongono sono stati scritti da lui: il Cantico, i Proverbi, e il Qoelet (l’Ecclesiaste).

Già ad un veloce approccio ai tre libri, ne emerge l’estrema differenza. Il primo è un idillico canto all’amore tra due innamorati. Il secondo è una summa di etica e morale, precisa, attenta, quasi rigida. Il terzo, apparentemente, è un lamento di fronte alla morte, che rende privo di valore tutto quanto è stato vissuto fino ad allora.

Ciò è vero soltanto ad una lettura esterna e letterale. In realtà, se si inizia a penetrare quei testi sulle onde delle percezioni ed interpretazioni che la Cabalà rende possibili, ognuno di quei libri contiene un messaggio molteplice, estremamente variegato, ricco quanto contraddittorio. La verità è che il re Salomone è stato per tutta la sua vita, simultaneamente, tutto quell’insieme di personaggi che sembrano prevalere uno solo alla volta, nei suoi tre capolavori. Già suo padre Davide era passato attraverso identità radicalmente diverse in modo sconcertate: il giovane pastore, timido e riservato, l’eroe improvvisato, il poeta, l’amante esperto ma impaziente, il forte guerriero, il re saggio, l’amico pieno di compassione, il peccatore e il pentito, il trasgressore e il santo.

Shlomo, il figlio di Davide, che gli succede sul trono come terzo re d’Israele, va oltre tutto ciò. Ha il merito di costruire il Tempio di Gerusalemme, per gli ebrei da sempre l’assoluta tangibilità della presenza di Dio tra il suo popolo, la conferma materiale dell’elezione, del compito speciale per il quale è stato scelto. Il Tempio incarna il meglio di quanto Mosè aveva insegnato, rendendo possibile l’osservanza di una grande parte dei Precetti che altrimenti sarebbero virtuali. Il Tempio suggella il possesso della Terra Promessa, permette lo svolgersi del complesso rito del servizio divino.

Contemporaneamente, Shlomo fa di Gerusalemme il centro spirituale del mondo di allora. Si narra che ad essa giungevano saggi e sapienti, oltre che visitatori e commercianti, in grande quantità. L’episodio della visita e del soggiorno della regina di Saba è solo una piccola esemplificazione di quanto accadeva allora, per un intero periodo di quarant’anni. Le grandi religioni di quel tempo, e le scuole esoteriche, misteriche e iniziatiche, inviarono tutte dei messi a Gerusalemme, sovente su invito specifico di Salomone, per confrontarsi, per scambiare saggezza, e per prendere parte a quel momento di grande intesa ecumenica tra le Nazioni.

La verità è che il re Salomone aveva in sé due anime che convivevano perfettamente integrate: l’anima ebraica e l’anima universale. Ma cosa si intende con “differenze tra anime”? Facile da dire, chiunque legga un po’ di Bibbia ebraica, o abbia sentito qualcosa sul popolo degli ebrei, sa che essi possiedono una fortissima identità collettiva, e la considerano molto diversa, a tratti quasi inconciliabile, con quelle di altri popoli. Ammesso che ad alcuni possano piacere, solitamente tutte quelle idee sul “popolo eletto” non suscitavano un gran che di simpatia. La sensazione negli ebrei di essere “diversi” è forte, molto forte, quasi parte integrante del messaggio a loro affidato, in bene o in male. Anche i popoli gentili sentono un qualcosa di diverso negli ebrei, si trattasse pure delle maggiori persecuzioni o sofferenze da loro subite.  L’anima ebraica è oltremodo rigida, avvolta in un’etica tra le più difficili che siano mai state formulate. La sua visione dell’Unità Divina non ammette compromessi di sorta, e c’è un’innegabile tendenza, in gran parte degli ebrei ortodossi, a guardare con sussiego verso le altre religioni, giudicandole limitate ed insufficienti, perfino idolatriche. Ebbene, il re Salomone incarnava pienamente quell’anima così speciale e particolare. Si identificava, viveva, scriveva ed insegnava in piena sintonia con l’anima ebraica. Ciò nonostante, lo vedremo mentre partorisce la più aperta e tollerante delle mentalità che abbiano mai governato Israele.

Pensandoci bene, però, ogni popolo potrebbe dire di essere speciale ed unico. Forse un indù non percepisce la sua religione o la sua identità storica, culturale, spirituale, come un qualcosa di irripetibile, di importanza primaria? E un cristiano? Quindi, nulla di strano che ci sia un’anima ebraica. E il re Salomone ne era depositario e custode, ne era fedelissimo testimone.

La Via Universale.

Da sempre, tra i ricercatori della Verità e del Divino, si parla dell’esistenza di una Via Universale. Cosa sia in realtà nessuno lo può chiarire o definire, proprio perché va oltre i cammini noti e specifici. Forse si tratta una quintessenza di tutti i cammini esistenti, forse è un qualcosa di nuovo, che non si è ancora rivelato, una specie di traguardo messianico, più che una via. L’autore di queste pagine è fermamente convinto che nessuna persona al mondo possieda ancora la Via Universale, ne’ le antiche religioni, ne’ l’occultismo, ne’ il new age americano.  Se ci fosse, essa verrebbe riconosciuta come tale dalla stragrande maggioranza degli esseri umani, che ne trarrebbe luce e guarigione, pace interna ed esterna, in un modo molto più tangibile ed evidente di quanto mai avvenuto in passato negli ambiti delle singole religioni, culture e popoli.

Ebbene, il re Salomone ha cercato la Via universale ogni giorno della sua vita, dedicando ad essa il meglio del suo tempo e delle sue risorse. Per essa è sceso negli abissi più scuri, nelle profondità del male. Per trovarla Shlomo è asceso oltre ogni altezza precedente, scrutando il mondo dall’alto con occhi d’aquila. Così facendo si è esposto alle severe critiche dei suoi contemporanei, e sicuramente dei successivi maestri dell’Ebraismo. Shlomo ha-Melekh gli è giunto oltremodo vicino, ne ha fatto esperienza, ha provato ad insegnarla, a diffonderla. Ma da essa si è poi dovuto allontanare, poichè i tempi non erano ancora maturi, e Shlomo li aveva enormemente anticipati.

Ma di cosa si tratta in realtà?  Tanti, forse troppi maestri e aspiranti maestri oggi si dichiarano sulla Via universale, e la spiegano. Fosse così semplice! Non è sufficiente sapere un po’ di questa e un po’ di quell’altra tradizione, e credere che tutte portino nella stessa direzione, allo stesso traguardo. Il sincretismo non è la sintesi. E la sintesi non è una semplice operazione filosofica, di tipo kantiano o altro. Non è solo nella testa. La sintesi è un’esperienza che coinvolge Mente, Spirito e Corpo, trasforma la qualità della propria vita, espande la consapevolezza oltre ogni confine e oltre ogni vetta precedentemente raggiunti.

Questo articolo è l’introduzione di un futuro libro di Nadav Hadar Crivelli, e di una serie di lezioni previste a Torino, alla libreria Psiche2. E’ una ricerca viva e pulsante della direzione di ciò che Shlomo ha-Melekh intuiva essere la Via Universale, la via verso l’illuminazione e la redenzione dei tanti, e non solo dei pochi. E scopriremo come quella via sia perfettamente simmetrica con la via dell’ebreo religioso ed osservante, quale egli era. In altri termini, la prima motivazione che ispira queste pagine è ripercorrere le tracce della Via universale, così come è presente in alcuni scritti di Salomone, e nelle memorie di molti midrashim (Tradizioni orali) su quel periodo.

La nostra seconda motivazione è di mostrare come essa sia complementare nei confronti della via ebraica, e di come le due abbiano infinitamente bisogno una dell’altra per completarsi e per attivarsi, cioè per diventare finalmente efficaci e percorribili in tutta la loro estensione. Come vedremo in seguito, esiste una precisa ipotesi nel mondo della fisica delle particelle elementari: la super-simmetria, che diventa una metafora esatta e precisa sull’inter-rapporto tra le due vie del re Salomone: l’ebraica e l’universale.

L’idea di fondo che presenteremo in questo futuro libro è che il capitolo 30 dei Proverbi di Salomone è una collezione di insegnamenti e di affermazioni di straordinaria portata, ben oltre i canoni classici dell’Ebraismo, ai quali tuttavia Shlomo aderisce sempre e in ogni luogo, senza ombra di dubbio. Quasi per riequilibrare le straordinarie aperture spiegate nel capitolo 30, nel capitolo successivo, il trentunesimo, Shlomo rientra nei ranghi. Col nome di Lemuel, il codice indicante la sua anima ebraica, Shlomo farà una lista di elogi e lodi alla donna perfetta, la santa, la giusta, che mette in opera tutti i Precetti della Torà, dall’Alef alla Tav.

Ma osserviamo il capitolo 30, che inizia così:

“Parole di Agur figlio di Yaqè di Massà…

Agur è l’identità che il re Salomone indossa per dichiararsi adepto alla Via universale. E’ il nome che assume per rivelare una serie di insegnamenti tra i più stupefacenti, destabilizzanti e maggiormente celati di tutta la sua intera raccolta di Proverbi. Agur, Alef Ghimel Vav Resh, il nome che Shlomo si dà, viene letto dai codici cabalistici come: “Colui che converte (gher) le mille scintille cadute”. Ma per potere fare ciò, egli deve prima di tutto, “dimorare tra di esse” (laghur). …Figlio di Yaqè…. Yaqè quasi tutti gli interpreti lo fanno risalire a “sputato fuori”, nel senso di “disprezzato, rigettato”, dalla comunità. Salomone sa che ciò che sta per dire non verrà accettato dalla comunità ortodossa dei custodi della Via ebraica. Lo troveranno improprio, oltre i confini del permesso, lo accuseranno di prendersi delle libertà contro la Torà di Moshè, insomma, di giustificare le proprie trasgressioni appoggiandosi paradossalmente alla stessa Torà che le proibisce, e concedendosele grazie ad ardite interpretazioni cabalistiche.

Salomone sa fin dal principio di questo capitolo che la via ebraica non è ancora pronta a riconoscere la validità della Via universale. Sa che, al contrario, nell’Ebraismo domina una forte opposizione alla Via universale, e sa che così sarà destinato a rimanere anche per lungo tempo in futuro. Tuttavia egli la concepisce, e la deve testimoniare, costi quello che costi. Si premunisce, e nel verso successivo, il secondo, dirà di se stesso: “ki vaar anokhi mi ish”.. “ poiché io sono più stolto di ogni uomo” .. e poi, subito dopo ancora: “ve-lo vinat adam li”, “ed io non ho l’intelligenza dell’essere umano”. Vogliamo però subito affermare che l’interpretazione letterale di queste due espressioni è del tutto insufficiente. Il Re Salomone non ha mai voluto sminuire la propria saggezza, bensì affermarla ulteriormente, in modo particolarmente nascosto. Infatti, vaar, qui di solito commentato come significante “stolto”, è semplicemente la radice Beit Ain Resh, il cui senso principale è “bruciare”.

Shlomo dice di essere un “bruciato”, ed è vero. In Cabalà il fuoco è rappresentato dalla lettera Shin, l’iniziale del suo nome, lettera che trionfa nel Cantico dei Cantici, Shir ha Shirim, asher le Shlomo, quattro Shin nel suo primo verso, di sole quattro parole. Shlomo ha seguito tutta la sua vita la strada del Fuoco, un sentiero impervio, pieno di passioni, di forze pericolose, di scoperte entusiasmasti ma dal potere di folgorare la mente. Inoltre, Shlomo, del quale la stessa Bibbia afferma (Re 1, cap. 5, vv 10-11):“e la saggezza di Salomone crebbe più di tutta la sapienza dell’Egitto e più di tutta la sapienza dei figli dell’Est”, non potrebbe in nessun caso dire di se stesso: “non ho l’intelligenza di un essere umano” ovviamente intende dire che ne ha di più, molta di più. In personaggi del calibro di Shlomo la modestia non consiste nel farsi più piccoli, ma nell’affermare con chiarezza la propria genialità.

Riassumendo, in apertura del suo messaggio universale, Shlomo si dà il nome Agur, che viene spiegato dai rabbini anche come: “colui che ha convertito l’Elef, le mille”. Ci si riferisce alle ipotetiche 1000 donne straniere, non ebree, da lui convertite prima di sposarle. Il collegamento viene fatto considerando che la Alef di Agur si potrebbe leggere come “Elef”, “mille”. I rabbini proseguono l’accusa dicendo che le conversioni di quelle donne all’Ebraismo non furono fatte nei modi dovuti. Intuendo ciò in anticipo, Shlomo sa che verrà rigettato, e si dà il nome di “bin yaqè”, “figlio dello sputato fuori”.

In realtà, che fossero mille o una, Shlomo stava cimentandosi nella più colossale opera di sollevamento delle scintille cadute che la storia ebraica registri. Pur se in modo altamente metaforico, viene insegnato che durante le primissime fasi della creazione degli universi spirituali, dal Divino si staccò un certo numero di frammenti, chiamati “scintille”, che cadde negli strati più bassi della creazione. Pur dimorando tra entità equivoche ed inconsapevoli, pur interagendo con esse e donando loro gran parte della propria vitalità, le scintille mantengono intatto lo stampo della Matrice Divina con la quale erano da principio in totale intimità. È da sempre spiegato dalla Cabalà che, parte integrante del cammino verso la redenzione, è il riuscire a liberarle da quelle strettoie, e l’aiutarle a salire verso i piani dove dimorano invece le anime nelle quali la presenza divina è presente in piena consapevolezza. Ci si può cimentare in ciò in vari modi. Quello di scendere là in basso ed ingaggiare un confronto diretto con le forze parassitarie negative che le tengono prigioniere, è il più potente ma anche il più difficile di tutti. Ecco l’opera nella quale Shlomo si cimentava, sia nei confronti delle “donne straniere”, sia nel grande e vasto confronto con gli insegnamenti che provenivano da altre religioni.

Riprendiamo lo studio del verso di apertura. Il luogo di appartenenza di Agur è “Massà”, un luogo che alcuni archeologi identificano con la terra di Mash, un distretto posto a metà strada tra la terra d’Israele e la Mesopotamia. Anche in ciò troviamo un’allusione ad un’area spirituale situata a metà strada tra l’ebreo e il babilonese. Ma il vero significato di questa parola lo si ottiene  leggendola al contrario: Ha-massà, il semplice nome di un luogo, Diventa  ashmà:   “Colpa”.

Ha Massà, il luogo di provenienza di Agur, è il capovolgimento di ogni senso di colpa

Agur, figlio di Yakè, capovolge il senso di colpa. Appartiene ad un luogo dove la colpa si capovolge in equilibrio ed equidistanza tra esilio e redenzione. Agur sa che portandosi dietro sensi di colpa, di vizio, di peccato, di violazione, di negligenza, non si può fare molto lungo la Strada Universale. Eppure le religioni  tradizionali insegnano che la colpa è un sentimento importante, in quanto avverte la persona di avere commesso una trasgressione, a la aiuta a tenersi lontana da analoghe occasioni future. Di diversa opinione è la psicologia del profondo, che trova nei sensi di colpa, accumulatisi negli individui da anni e anni di rimproveri e giudizi subiti, dei pesi e dei condizionamenti letali, gravi ostacoli per la futura crescita e sviluppo armonici della personalità.

Ma qui si va oltre la psicologia. La posta in gioco è la più grande possibile: la rettificazione del “peccato dell’albero della conoscenza”. Le vie dell’etica tradizionale sono soltanto riuscite a contenere i danni di quel gesto di Adamo ed Eva, che molti chiamano “il peccato originale”. Ultimamente le religioni non riescono nemmeno più in tale opera di contenimento. La decadenza morale della società moderna, il permissivismo pressochè totale verso il quale essa sta involvendosi, il permanere dello spettro delle guerre, sono la prova tangibile dell’incapacità di fondo degli sforzi dell’etica di cambiare la natura umana. L’etica tradizionale, dietro le quinte, ha un solo precetto base: “abbiamo mangiato dell’albero, e abbiamo visto che ci ha fatto male, allora facciamo tutto il possibile per non mangiarne più”.

Shlomo, nella Via universale, sulla scia di altri grandi figure della storia spirituale, propone un altro modo. “Il frutto della conoscenza va consumato per intero, fino in fondo, ma con una consapevolezza diversa. Va assunto “davanti a Dio”, cioè con l’intenzione che esso diventi un veicolo di avvicinamento e di unificazione. Ciò che è dannoso del frutto proibito, è la vergogna, la paura, il senso di separazione, e il desiderio di nascondersi, che seguono l’atto. tutto ciò rappresenta la porta verso una vera e propria depressione che coglie nel tempo l’individuo, e che lo conduce, paradossalmente a cercare di ripetere l’atto proibito. Infatti, così facendo, l’inconscio crede di poter esorcizzare tutti quei sentimenti negativi, semplicemente ripetendoli, al punto di abituarsi ad essi. Si genera così un circolo vizioso, dove la fine alimenta e motiva un nuovo inizio.

Adamo ed Eva si nascondono dopo il peccato, non a Dio, ma a se stessi. Salomone e altri grandi coraggiosi della storia hanno dimostrato che l’atto proibito di Adamo ed Eva era inevitabile, e che pur nella sua evidente negatività, ha costituito l’inizio del risveglio della consapevolezza. Si tratta di un“risveglio dal basso”. Praticando l’una o l’altra delle vie che Shlomo descrive nel suo magistrale capitolo 30, la colpa diventa un merito. Il frutto della conoscenza ha due effetti opposti: la riduce e la espande. L’errore del senso di colpa è di restringerla, nell’illusione di sentirlo di meno. Ma lo stesso gesto che è considerato sbagliato, se porta all’allargarsi della consapevolezza, ad un rivelarsi e non ad un nascondersi, se nè fatto alla presenza di Dio, diventa un gesto sacro.

Queste sono le prime parole proferite da Agur, da colui che converte le mille:

“neum ha-ghever”= “il discorso del maschio”

A questo punto Shlomo varca il suo Rubicone, e, per la prima e unica volta in tutto il Tanakh, ripete un’espressione utilizzata tempo prima da uno dei personaggi più oscuri di tutta la Bibbia: Bil’aam (Numeri 24, 15).

“Neum ha ghever” “il discorso del maschio”.

Bilaam era lo stregone che venne assoldato dai re confinanti per maledire il popolo d’Israele mentre si apprestava a terminare il loro viaggio di quarant’anni nel deserto, per entrare nella Terra promessa (vedi il cap. 22 e seguenti del libro dei Numeri). Bilaam non riuscì in ciò, anzi, Dio gli mise in bocca delle benedizioni meravigliose. Tuttavia, Bilaam era uno dei più grandi conoscitore delle arti occulte. E così era il caso del re Salomone, la cui abilità di trattare perfino coi capi dei demoni è risaputa.

I maestri dell’Ebraismo classico non possono rimanere silenti di fronte ad una dichiarazione di identità fatta con le stesse parole di Bilaam, ed accusano Salomone di trarre ispirazione da tutto quel corpo di conoscenze di magia e di sortilegi che si trova decisamente oltre i confini del permesso.

Noteremo invece l’entrata del concetto di ghever, che significa “maschio”, ma forse qualcosa in più. Questo termine ricomparirà poi direttamente nella quarta delle vie che compongo l’unità della crescita universale. Qui possiamo anticipare come esso rappresenti un codice profondo quanto ineffabile. In breve, esso significa: la capacità di portare sapienza ed intelligenza in quell’area della consapevolezza umana dive risiedono istinti ed emozioni, nel luogo della “fonte inferiore”. Torneremo in seguito su questi concetti e li espanderemo.

Ed ecco, finalmente, le prime due parole del suo discorso da ghever:

LEITIEL    LEITIEL

Sono gli assi portanti, la quintessenza di quanto egli vuole dirci e trasmetterci. Si tratta dellasupersimmetria della fisica delle religioni. Questo termine ripetuto è l’affermazione inequivocabile della gemellanza tra la Via Universale e la Via Ebraica. I commentatori si sono sbizzarriti nel cercarne il significato, e nelle varie lingue, sono state tradotte in modi tanto umoristici quanto lontani dal significato originario. Ma prima, osserviamole in ebraico:

                                                                            לאיתיאל    לאיתיאל

Sono la stessa parola, ripetuta: Lamed Alef Yod Tav Alef Yod Lamed.  Questa parola possiede una  proprietà unica: è l’unica parola di tutta la Bibbia ebraica ad avere sette lettere e ad essere perfettamente simmetrica, cioè, identica se letta dal principio alla fine o dalla fine al principio, palindroma. Provare per credere. Una parola simmetrica significa anche che ha un numero dispari di lettere, e partendo dalla centrale, quello che c’è a destra c’è anche a sinistra. Sembra una curiosità, ma nell’interpretazione mistica della Torà non lo è affatto. Per comprenderla un po’ più da vicino faremo da prima una breve passeggiata nel mondo della meccanica quantistica.

La super-simmetria

Il concetto della simmetria è uno dei più affascinanti di tutto il sapere umano. Nella geometria è definito così: “La simmetria di due parti di un stesso oggetto o quella tra due oggetti distinti, indica la presenza di due condizioni geometriche: una è quella della similitudine e l’altra è quella della congruenza.” Il dizionario la spiega così: “Syn, insieme, e metron, misura. Ordine e proporzione tra le parti di un tutto.

La supersimmetria nell’universo. L’argomento nella fisica atomica è molto complesso. Cerchiamo di esemplificarlo. Secondo il cosidetto “modello standard delle particelle elementari”, ogni cosa che esiste, sia materia o energia, è costituita da particelle appartenenti all’una o all’altra di due grandi famiglie:  i bosoni e i fermioni. I bosoni trasmettono energia e informazione. Vengono scambiati tra le particelle dotate di massa, chiamate Fermioni. I Fermioni sono i mattoni fondamentali di massa e materia. Ricapitolando: Bosoni: portatori delle forze; Fermioni: costituenti della materia. A parte dimensioni ed eventuali cariche elettriche, ciò che contraddistingue le une dalle altre è lo spin, o momento angolare da esse posseduto. I bosoni hanno uno spin intero (o, 1, 2…) mentre i fermioni hanno uno spin frazione (1/2, 3/2, 5/2,…). Cosa sia in realtà lo spin non è facile da immaginare, dato che, ad esempio, il fotone, che è un bosone, e trasmette l’informzione del campo elettro-magnetico (ad esempio la luce), ha massa e dimenisoni zero. Immaginare un qualcosa privo di dimensioni mentre ruota su se stesso non è così facile.

Bosoni fermioni sono due famiglie ben separate e distinte. Anche se massa ed energia sono assolutamente convertibili l’una nell’altra, fino ad oggi non si è potuto comprendere il meccanismo che porta un qualcosa a manifestarsi o come fermione o come bosone. Così come fu il caso dell’anti-materia (che differisce dalla materia solo per l’inversione delle cariche elettriche delle sue particelle), ormai scoperta ed accettata, si cerca ora una simmetria tra bosoni e fermioni. La super-simmetria è un’ipotesi, una teoria matematica, che assegna un “super-partner” ad ogni particella elementare, raddoppiandone così il numero previsto dal modello standard accettato dalla fisica d’oggi. La simmetria tra forza e materia è chiamata supersimmetria. Le particelle compagne di ogni nota particella elementare sono chiamate superparticelle. In poche parole, esisterebbero, se la teoria fosse comprovata dall’esperienza, dei “s” bosoni a spin dimezzato, e dei fermioni a spin intero.

Proviamo a dirlo con le parole degli stessi fisici: Secondo la supersimmetria, ci sarebbero delle “s-particelle” polari rispetto alle loro compagne, s-bosoni per i fermioni e s-fermioni per i bosoni. Non ci si faccia confondere dai paroloni: i fermioni sono i mattoni elementari della massa (quark, elettroni, neutrini) , e i bosoni sono i vettori dell’energia (fotoni, gravitoni, gluoni…). Nella super-simmetria si scopre tutto un altro universo di particelle, simili ma diverse da quelle note. La proprietà intorno alla quale esse tessono la loro super-simmetria è il misterioso spin. “Spin” significa “girare in cerchio”. Nulla di strano, la terra gira su se stessa, ovviamente possiede uno spin. Ma le particelle hanno dimensioni a volte zero, e a volte troppo piccole per venire misurate. Pensare ad un qualcosa che sta ruotando, in quelle dimensioni, richiede un gran sforzo d’immaginazione. In poche parole, la super-simmetria è una delle ipotesi più avanzate della fisica quantistica per poter spiegare molti dei misteri insoluti della materia, e di come questa nasca dall’energia, o del come l’una si trasformi nell’altra e viceversa. Trovare una profonda simmetria tra materia ed energia sarebbe una delle scoperte più affascinanti della scienza, ed avrebbe delle conseguenze anche nel mondo della ricerca spirituale. Putroppo, per ora, la supersimmetria rimane una sola teoria matematica, e gli esperimento al LHC di Ginevra non danno nessun segno di conferma.

Senza dilungarsi sull’argomento della simmetria, e della sua importanza nella fisica, si pensi che la famosissima equazione della "relatività ristretta" di Einstein: energia = massa x velocità della luce al quadrato, è stata da lui derivata da profonde considerazioni sulla simmetria dello spazio-tempo.

Nella fede ebraica, la Torà è la matrice dalla quale il Santo, benedetto Egli sia, ha creato il mondo. Si capisce come una parola così simmetrica, come Leitiel, per di più ripetuta due volte consecutivamente, deve allude a dei segreti profondi, che riguardano l’origine stessa del creato. Sarebbe interessante esaminare lettera per lettera la sequenza di quel termine, per trovare dei collegamenti col mondo della meccanica quantistica, ad esempio. Speriamo di poterlo fare in qualche altra occasione.

Ma in che senso le utilizza Shlomo?. Così viene spiegato il verso 1 del capitolo 30 dei Proverbi di Salomone:

“leitiel leitiel ve ukhal”=

Leitiel = “mie sono le lettere”, o “sono colui che comprende i segni”, cioè le lettere della Torà,

e “potrò” “ve ukhal”.

Come accennato prima, Shlomo afferma di avere la maestria sulle lettere della Torà, avanti-indietro, indietro-avanti, e grazie a ciò “Egli può”. Chi pensa che dietro a tale affermazione ci sia una semplice auto giustificazione di un trasgressore che ha bisogno di razionalizzare e sostenere il suo comportamento con qualche filosofia di tipo epicureo, sbaglia totalmente. La maestria delle lettere ebraiche è la maestria delle leggi che sono scritte con esse, è la maestria dei molteplici stati dell’essere che esse generano.

Il futuro libro, a D-o piacendo, includerà questi capitolii:

- Introduzione

- Perché due Leitiel

- La luce diretta e la luce ritornante.

- Luce ritornante (femminile), risposta data dalle creature in forma di lodi, di buone opere e di consapevolezza.

- Le quattro vie: l’aquila nel cielo, il serpente sulla roccia, il vascello nel cuore del mare, l’uomo nella giovane donna.

- La quinta via.

- Gli animali sciamanici.

- Il geco si arrampica con le mani..

- La via molteplice, l’universalità del cammino verso la totalità dell’essere e del divenire. “Sposa dell’Essere, mi tuffo nel Suo divenire”: L’unione dei due aspetti del Divino. La Shekhinà, la potenza femminile di Dio all’opera nella creazione. La Fonte inferiore. La fonte inferiore è l’origine della consapevolezza che dal basso cerca di risalire, dando realtà all’universo. La radice dei recipienti è superiore alla radice delle luci.


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