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Neve

    In ebraico Neve si dice sheleg con il valore numerico, 333 = 300 (Shin) 30 (Lamed) 3 (Ghimel)


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    Ogni evento esterno, specie se macroscopico, è sempre una buona occasione per riflettere su possibili analogie con dinamiche e processi interiori. In concomitanza con le eccezzionali nevicate di questi giorni a Gerusalemme e sulle zone montuose di Israele, cosa possiamo comprendere dal simbolismo della neve?

    In ebraico “neve” si dice  sheleg, un termine quanto mai interessante. Il suo valore numerico, 333, è un numero molto particolare, specie perché in “neve” compare nella sequenza “discendente”: 300 (Shin) 30 (Lamed) 3 (Ghimel). Chi desidera sapere di più delle proprietà di questo numero può consultare i seguenti due link: innerpedia e properties of 333.

Come ghematria, a 333 troviamo questa corrispondenza:

333  ner chanukha  candela di chanukha

    Chanukha è l’unica festa che avviene in inverno, il periodo della “neve” e dell’”oscurità”. Ma il vero freddo ed oscurità si verifica ogniqualvolta nel mondo d’oggi ci sentiamo eredi diretti della “generazione della separazione” (dor ha-plagà, 333) che ai tempi della Torre di Babele si era ribellata al Creatore. La realtà in cui viviamo non si può spiegare con la sola ragione, il cui modo di funzionare è quello di separare i vari elementi gli uni dagli altri.

    Nella Torà la neve è un simbolo ambivalente. Nelle sue prime comparse “come neve”, intendendo il suo colore bianco, si trovano in Esodo 4,6 :

    Il Signore gli disse ancora: «Introduci la mano nel seno!. Egli si mise in seno la mano e poi la ritirò: ecco la sua mano     era diventata lebbrosa, bianca come la neve».

Numeri 12, 10: la nuvola si ritirò di sopra alla tenda ed ecco Maria era lebbrosa, bianca come neve;

e 2 Re 5, 27:

    «Ma la lebbra di Nàaman si attaccherà a te e alla tua discendenza per sempre». Egli si allontanò da Eliseo, bianco come la neve per la lebbra.

    In tutte queste occasioni il biancore “come neve” è detto a proposito della “metzorà”, tradizionalmente tradotto come “lebbra”, anche se in verità si tratta di una malattia oggi non identificabile con patologie ben specifiche. Forse, per chi si interessa di Omeopatia, il contatto più diretto è col concetto di “psora”. Nella Bibbia, quel malanno era una conseguenza fisica della malalingua, e si manifestava come vaste macchie bianche sulla pelle. La persona colpita entrava in una condizione altamente impura, e doveva subire un vero e proprio isolamento dal resto del popolo.

    Da un punto di vista più simbolico, si può dire che il lebbroso, metzorà, è simile al nome dell’egiziano, mitzrì, la cui etimologia sigifica: qualcuno che si trova in una condizione di limitatezza.

    La mano del lebbroso, bianca come la neve è come il pugno chiuso, avaro, dell’egiziano.

    La mano si deve aprire per liberarsi dall’oscurità chashekhah della generazione della Torre di Babele dor ha-plagah (letteralmente la generazione della separazione), affinché il bianco lavan (82) non sia espressione haba’ah (82) di degenerazione, naval (82), bensì di un nuovo essere virtuoso chasid (82).

    Al contrario dei significati precedenti, e in accordo con il bianco, lavan chasid (pio), nel famoso verso di Isaia 1, 18, la neve è simbolo della purezza, della purificazione dei peccati:

       “anche se i vostri peccati fossero rossi come scarlatto, diventeranno bianchi come neve”.

    Questa antinomia di significati si può intuire osservando il codice nascosto nella sequenza di neve sheleg: Shin – Lamed – Ghimel. Shin è la lettera del Fuoco, e l’abbinamento Lamed Ghimel (oltre che “log”, un’unità di misura dei liquidi), si dice contenga l’idea del “profondo”. Quindi sheleg potrebbe essere: “la profondità del Fuoco”. È come se, andando nell’abisso più interiore del fuoco, trovassimo il suo opposto: il freddo della neve.

    Un aiuto maggiore allo svelare questa radice potrà venire osservando le due permutazioni più importanti di quel termine: shagal  e  galash.   שגל   גלש   Anche con shagal (Shin Ghimel Lamed)   ci troviamo davanti ad un enorme paradosso. Come verbo, nella massima parte dei casi quella radice vuol dire “violentare”, oppure “fare qualcosa di osceno”. Eppure, nel Salmo 45, 10, Shegal è una regina, e non solo una monarca qualunque, bensì colei che siede alla destra dello stesso Messia, quindi la sua consorte.

     “Figlie di re stanno tra le tue predilette; alla tua destra la regina (shegal) in ori di Ofir.”

    Anche qui troviamo un capovolgimento di significati, che ci riporta al “anche se i vostri peccati fossero rossi come scarlatto, diventeranno bianchi come neve”.

    Quello che compie la shegalשגל   che da donna di facili costumi diventa la sposa del Messia, non è una sola teshuvà, penitenza o conversione. È un qualcosa di più. Lo stesso motivo può ritrovarsi nella storia di Rachab, la prostituta di Gerico che poi diventa la moglie dello stesso Giosuè, il leader che prese il posto di Mosè alla guida di Israele. Questi argomenti sono trattati con maggiore profondità nel nuovo libro di Nadav Hadar: La Via dell'Amore, un libro che non è solo un saggio ma anche una serie di racconti. Shegal significa: “Shin – onda”, o “Shin – rivelazione”. È un rivelarsi dei significati interiori più profondi della Shin.

   Il motivo dell’onda o dell’ondeggiare, ricompare in un’altra permutazione della radice che stiamo studiando: galash, Ghimel Lamed Shin  גלש . Si tratta del capovolgimento della radice precedente. Galash significa “alzarsi” ma anche “inchinarsi”, in un movimento ondulatorio. Come “ondeggiare”, il verbo fa la sua doppia ed unica comparsa nel Cantico dei Cantici, in 4, 1 e 6, 5:

    Le tue chiome sono un gregge di capre, che scendono (galshù) dalle pendici del Ghilaad.

 Il verso descrive l’ondeggiare dei capelli dell’amata, che all’amato piace così tanto, e che viene paragonato al movimento dei greggi mentre si spostano sulle colline del Ghilad (“l’onda o pila della testimonianza”). Nell’ebraico moderno galash è fare surfing sulle onde del mare. Forse non tutti sanno che il surfing non è solo uno sport, ma tra le popolazioni del Pacifico è un’arte sacra. Il dominare le onde, o meglio, il farsi portare sulla loro cima, è davvero un’impresa per l’anima e non soltanto per il corpo.

    In definitiva, il fenomeno della neve ci ha posto davanti ad una serie di opposti che si capovolgono reciprocamente l’uno nell’altro: fuoco e freddo, purezza e peccato. Forse si potrebbe riunire tutto ciò nei misteri della lettera Shin, che significa sia “cambiare” (shinui) che “ripetizione” (mishnà). È un fuoco che genera un enorme dinamismo. Tuttavia esso si manifesta in cicli ondulatori ed ondeggianti, nei quali ripetizione ed evoluzione si staccano e rincontrano continuamente.

   Questo scritto probabilmente susciterà più interrogativi di quanti non ne risponda. È il paradosso della purezza del manto di neve che si capovolge nello sporco e nei disagi dei giorni successivi. Nel principio cabalistico dei Chasadim e delle Ghevurot, si insegna che ogni cosa, portata al suo estremo, si capovolge nel suo opposto. Nel fenomeno fisico della neve si osserva solo un movimento dal bianco allo sporco, ma nei suoi corrispettivi spirituali, i movimenti sono possibili in entrambe le direzioni.

   In chiusura, alcuni misteri della lettera Shin, l'iniziale di Sheleg e di Shegal

Shin per esteso vale 360,   Shin Nun Yud      שין

   È il numero dei gradi nei quali viene suddiviso il cerchio ed è la media approssimativa tra la lunghezza dell’anno solare (365 giorni 5 ore 55 minuti) e dell’anno lunare (354 giorni e 8 ore circa). Come tale, 360 esprime il punto d’incontro tra l’operare delle forze maschili (Sole) e femminili (Luna). Una permutazione di Shin, è nashì, Nun Shin Yud,  che significa “femminile”. Questo ripropone la provocante affermazione cabalistica, secondo la quale il Femminile corrisponde all’elemento fuoco. Attenzione però, quando si danno queste attribuzioni non le si deve applicare in senso rigido ed unilaterale. C’è sempre un principio di interinclusione tra gli opposti. Ed ecco che la Shin, nel sistema dei 32 Sentieri della Sapienza, è il Sentiero che unisce Binà (prima sefirà in alto del pilastro sinistro, del fuoco) a Chokmah (prima sefirà in alto del pilastro destro, dell’acqua). Pur essendo “fuoco” nella sua natura, la Shin connette i due estremi, destra e sinistra. Si può intuire da ciò un ruolo particolarmente importante del Femminile nello stabilirsi di una valida ed attiva comunicazione tra i due pilastri, destro e sinistro, dell’Albero della Vita. Ciò è vero ma solo se il Femminile sale al livello dei “cervelli” (Chabad, Chokhmà Binà Da’at). Altrimenti, sul piano delle emozioni, il Fuoco femminile è Ghevurà, che è un principio di separazione, se non addirittura di distruzione. Ciò non significa che il Maschile sia già elevato, ogni aspetto dell’Anima è chianato a salire lungo la scala dell’Albero della Vita, se vuole trovare pienezza e soddisfazione.

   Si potrebbe un giorno studiare la Shin scritta per esteso calcolando il suo valore con quello completo della Nun finale, che è 700. Il totale diventa così 1010. Una qualche idea sulle corrispondenze di questo numero?

   Infine, un breve spunto per chi desidera sviluppare ulteriormente la "costellazione" della Shegal:

L’onda della Shin, l’onda rivelata
Il femminile rivelato
Il femminile che ondeggia, che si vuole liberare di ogni rigidità, di ogni restrizione o limite.


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